Dalla parte del torto del primo Marzo e dell’unione impossibile e necessaria tra migranti e sfruttati

P1140429Dopo la giornata di mobilitazione transnazionale del primo marzo proviamo a fare delle considerazioni non tanto per azzardare un bilancio retrospettivo, quanto per provare a trarre dal percorso intrapreso degli elementi utili per affrontare il presente.
Partiamo da un resoconto della nostra esperienza, come collettivo migrante, nella città di Berlino.
Negli ultimi mesi abbiamo provato a creare un processo di aggregazione che coinvolgesse diversi gruppi attivi sul piano politico e sociale nella città e per aprire una riflessione sul concetto di sciopero sociale e sulle possibili strategie per praticarlo.

Il percorso è passato per una serie di riunioni partecipate da individui e gruppi che presentano caratteristiche tra loro eterogenee ma accomunati dall’interesse verso la sperimentazione politica dello sciopero sociale.
Questo percorso si era dato come obiettivo a medio termine la costruzione del primo marzo, e l’obiettivo può dirsi raggiunto. Tra molti limiti e alcune pregi in questa data una piccola compagine di lotte cittadine è scesa in strada, bloccando per tre ore le vie centrali. Un corteo che ha scelto un percorso che ponesse l’attenzione non sulle rinomate attrazioni turistiche, ma su alcuni dei principali luoghi di sfruttamento per sottolinearne il ruolo centrale nell’economia della precarietà su cui si regge la capitale tedesca. Il lavoro precario e migrante è infatti un motore della rinascita economica di Berlino, basata sui servizi al turismo, sulle start-up e sui grandi agglomerati dell’e-commerce che recentemente hanno dislocato alcune delle loro sedi in città (Zalando, Amazon, etc.). Questi sono gli stessi settori economici che hanno giovato più di tutti della deregulation del mercato del lavoro (avviata dalla Spd negli anni novanta, portata a compimento dalla Merkel, e oggi assunta come modello a livello europeo).
In questi ambiti produttivi la forza lavoro è in ampia parte composta da migranti extra e intra-europei.
A questo quadro generale si aggiunge la situazione dei rifugiati che vede delinearsi, per l’establishment economico tedesco, l’occasione di disporre di nuova forza lavoro, spesso altamente qualificata, da impiegare a basso costo sotto il regime di controllo dell’asilo politico. Se da una parte quindi l’Unione Europea, e la Germania come capofila, tamponano il flusso migratorio attraverso la chiusura dei confini e la brutalità della repressione, dall’altra integrano i rifugiati in entrata in un articolato dispositivo economico che mira sia all’abbassamento del livello salariale sia al deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita per le fasce di popolazione più esposte alla crisi.
Allo stesso tempo, facendo leva sugli istinti xenofobi acuiti dalla crisi, le opzioni populiste provano a utilizzare la criticità attuale per attrarre consensi elettorali, mentre le sedicenti forze progressiste provano a giocare la partita del consenso tra accoglienza selettiva e reti di contenimento ai confini, anche protette con eserciti e gas lacrimogeni.

Sintetizzare la complessità di questi processi in un discorso politico coerente e in una pratica di conflitto sociale è stata la sfida che ha animato in Europa l’esperimento del primo marzo. Sulla sua riuscita crediamo sia importante rimanere realisti, evitando di scivolare nel disfattismo o in retoriche autocelebrative.
A Berlino non eravamo molti.
Erano per lo più assenti i rifugiati e i gruppi di solidarietà che animano l’accoglienza dal basso. Erano invece presenti i principali gruppi politici berlinesi in forma individuale o al più esigua, rivelandone da una parte l’interesse di massima ad attraversare il processo dello sciopero sociale, dall’altra l’assenza di un concreto investimento politico.
Questa insolita compagine, che ha attraversato le vie del centro da Potsdamer Platz fino al cuore di Kreuzberg, aveva una carica soggettiva di potenzialità conflittuale che sarebbe ingiusto e miope trascurare. Carica espressa nella composizione e nella modalità di praticare le strade.

Alla luce di ciò, cosa fare all’indomani di questo primo marzo? Cosa farsene di un punto di vista materialista sulla mobilità e sui flussi migratori che seppur pertinente porta con sé la necessità di incrociare ambiti di lotta storicamente separati come le battaglie sul lavoro e le lotte per la libertà di movimento?

Abbozziamo una risposta provando a partire dal riconoscimento dell’ingombrante paradosso per cui un’analisi corretta e all’altezza del presente costringe a percorrere la strada politicamente più impervia.
Solo una lettura materialista dei movimenti migratori consente di inquadrare il presente su due assi uno regionale e uno globale, che delimitano il terreno di scontro.
Queste coordinate possono essere colte sia dal nostro punto di vista sia da quello del nemico (concedeteci una semplificazione linguistica dettata da esigenze di sintesi).


Sul piano regionale la gestione dei flussi migratori assume contemporaneamente la duplice funzione di laboratorio e di dispositivo.
La funzione di laboratorio si concretizza da anni nell’uso dei confini fisici, burocratici ed economici di gestione e repressione dei migranti, allargandosi verso tutto ciò che costituisce anomalia rispetto ai piani del capitale.
La funzione di dispositivo agisce invece direttamente in questo senso, tramite la selezione differenziale dei soggetti in arrivo secondo le esigenze del mercato del lavoro e all’interno del processo di abbassamento delle condizioni di lavoro e vita. La frammentazione e l’isolamento della forza lavoro è ovviamente la costante d’azione.

Sul piano globale la gestione dei corpi in movimento è oggi una posta in gioco molto importante nelle relazioni tra paesi: i migranti vengono usati come merce di scambio nell’articolata negoziazione di interessi geopolitici. La vita stessa diventa immediatamente uno strumento di ricatto e di contrattazione in mano ad alcuni paesi per chiedere una redistribuzione degli interessi economici in alcune aeree, gestire spesso le partite elettorali dei singoli governi coinvolti e influenzare gli equilibri di guerra e pace. Si passa dalla guerra infinita del decennio scorso alla crisi economica infinita, per arrivare quindi alla migrazione infinita. Guerra, crisi e migrazioni diventano strumento dello Stato-nazione nel conflitto tra capitale e vita.

L’analisi dei flussi migratori e quella dello sfruttamento capitalistico permettono di inquadrare la complessità del presente in maniera più completa solo se considerate congiuntamente.
Allo stesso tempo sovrapponendo le caratteristiche di mobile e sfruttata, riusciamo a individuare la soggettività oggi in conflitto. La mobilità è diventata condizione di vita, che si esprime sia geograficamente che all’interno del luogo di lavoro. La mobilità, precondizione di un isolamento perpetuo travestito da possibilità di scelta, è condizione da introiettare che espone direttamente alla morsa dello sfruttamento (e per essere precisi in primis dell’autosfruttamento).

Dislocati e ricattabili, quindi, possiamo osservare come la condizione lavorativa che coinvolge larghi settori della forza del lavoro assomiglia inquietantemente alla condizione migrante.
E ancora, come nel nostro caso, la migrazione è l’ultima risorsa, l’ultima difesa individuale ma anche di massa, allo smantellamento di tutti i diritti, alla condanna di un futuro sempre uguale a sé stesso, sempre alienato dai propri desideri.
Dal nostro punto di vista i movimenti migratori sono per questo potenzialmente l’estremo rimedio di un’intollerabile distribuzione della ricchezza.
Distribuzione ineguale sia internamente alla società in cui si vive che trasversalmente attraverso le diverse aree geografiche.
L’unico vero ed efficace biosindacalismo dei nostri tempi risiede nei nostri piedi, ma le trappole per neutralizzarlo sono infinite, da quelle fisiche fatte da reti, confini, morte, fino a quelle retoriche che nutrono divisioni, violenza e xenofobia passando per quelle burocratiche fatte di permessi, possibilità di accesso al welfare, leggi sul lavoro.
La cosiddetta crisi dei rifugiati ha reso visibile una forza che non sapevamo di avere (e di cui infatti non disponiamo pienamente, ma di cui possiamo nutrirci e puntare ad accrescere). La “crisi dei rifugiati” ha finalmente mostrato urbi et orbi il punto di rottura che sembra essere sfuggito ai calcoli della governance: la forza di corpi che per il loro vissuto hanno dovuto traslare sul piano della sopravvivenza la posta in gioco della lotta, e per questo rivelano i volti delle democrazie fallite d’Europa, ancora più violentemente di come la Grecia del memorandum ha fatto negli ultimi anni. “Dovete ucciderci per fermarci” dicono le migliaia alle frontiere e i governi europei spesso non si risparmiano dall’uccidere.
In questa complessità di elementi mantenere i due assi, mobilità e sfruttamento, intrecciati può anche farci organizzare i passi futuri. E per questo crediamo che nonostante tutto la strada intrapresa dallo sciopero sociale attraverso lo scorso primo marzo sia l’unica che sul piano della visione politica tenga alla prova del presente.

È nostra convinzione che la questione delle migrazioni debba essere inserita in forma più strutturale nelle elaborazioni collettive sullo sciopero sociale, come elemento integrante dell’analisi, al pari del lavoro e ad esso inevitabilmente intrecciata

Dall’intreccio teorico tuttavia si pone la necessità di una ricaduta concreta e di una sintesi politica attraverso la quale si possa agire come forza collettiva. Nonostante le istanze che animano le lotte contemporanee siano eterogenee e multisfaccettate, è utile provare a individuare dei punti in comune.
Paradossalmente una delle rivendicazioni più conosciute e consumate dei movimenti degli ultimi anni, ha secondo noi tutt’oggi una valenza strategica da non sottovalutare: il reddito universale incondizionato come punto di convergenza, come elemento ricompositivo; in definitiva come parola d’ordine comune del movimento reale di esseri umani che si muove passando da un regime di sfruttamento all’altro.

A partire da questo pensiamo sia possibile tessere nuovamente un movimento, una rete di conflitti attraverso le frontiere europee fisiche e sociali, interne ed esterne.